LE MIE LETTURE

L’Appello di Alessandro D’Avenia

Eh sì, sono proprio in ritardo con la recensione de L’Appello di Alessandro D’Avenia. La pubblicazione del libro, da parte di Mondadori, è datata, infatti, novembre 2020. Ho atteso tanto tempo, è vero, ma questo mio temporeggiare è stato dettato dal fatto che ho dovuto, prima, trovare il coraggio per farmi invadere nuovamente dalla scrittura di D’Avenia e, una volta letto il romanzo, ho passato molto tempo a decidere il focus del mio intervento.

La storia potrebbe sembrare molto semplice, se non addirittura semplicistica.

Abbiamo davanti un professore cieco che, dopo diverso tempo, decide di tornare tra i banchi di scuola ad insegnare scienze. Ai più potrebbe addirittura sembrare un’assurdità. Come se non bastasse, quella che gli viene affidata sembra essere una classe di difficile gestione perché piena di ragazzi problematici in procinto di affrontare la maturità.

Semplice.

Nient’affatto.

Proprio questo è il motivo del mio tergiversare perché questo romanzo è tutto tranne che semplice. È vero, scorre via veloce; la scrittura è fluida e chiara ma ha una forza dirompente e riesce a entrare, con sapienza, nei meandri del nostro io.

Rileggendo i momenti che più mi hanno affascinato, ho deciso di focalizzare la mia attenzione su un passaggio che mi ha messo in crisi, mi ha fatto guardare il mondo con degli occhi diversi.

(…) Il metodo scientifico ci offre soluzioni per la vita: prestare attenzione, stupirsi, raccontarla. Noi vediamo veramente soltanto ciò a cui accordiamo la dovuta attenzione, e l’attenzione è la presenza nel presente, altrimenti il presente ci sfugge di continuo. E così la vita diventa insapore, noiosa, ripetitiva. Invece, se prestiamo attenzione, tutta quella che possiamo, allora la vita si apre, come se rispondesse all’amore del nostro sguardo o del nostro ascolto o del nostro tocco.

L’attenzione.

È una questione su cui rifletto da un po’.

Siamo in un vortice, tutti, con l’ansia di dover dimostrare di fare, di esserci, di farci vedere e, invece, cosa succede? Che non facciamo niente che possa farci sentire vivi, non siamo in nessun luogo che si dimostri degno di essere ricordato e che non vediamo la bellezza del mondo che ci circonda. Siamo presenti ma assenti, siamo in un vortice ma siamo fermi. Per muoverci, abbiamo bisogno di due cose: innanzitutto dobbiamo avere coraggio, il coraggio di mostrarci nudi, difettosi, rotti al cospetto del mondo. Una volta muniti di coraggio, dobbiamo tentare di usarlo per riuscire a sperimentare la mancanza. Sembra assurdo il voler sperimentare qualcosa che non c’è ma D’Avenia ci spiega il perché.

Così accade nella vita, è sempre grazie a un’apparente mancanza che le cose possono muoversi, altrimenti rimarrebbero ferme, statiche, autosufficienti. Invece no. Tutto vibra in questo universo, in cerca di qualcosa che sempre manca, che non è un vuoto negativo, ma la spinta a una ricerca, a un compimento da raggiungere o da lasciare sempre incompiuto.

La spinta è quella forza motrice che, spesso, ci impegniamo a tenere a freno. Così facendo, però, non ci accorgiamo che ci precludiamo l’unica cosa che non avremo due volte: la nostra stessa vita. Ognuno di noi ha un mondo interiore che non aspetta altro che manifestarsi ma la paura ci blocca, crea opposizione alla naturale realizzazione di quello che siamo e vogliamo veramente. Paura di cosa, poi? Di uscire fuori da una condizione di equilibrio e staticità che tanto ci protegge?  È sempre la paura del cambiamento che ci paralizza precludendoci tutto il bello che c’è, tutta la dolce asperità del cammino che ci fa gustare ogni minimo respiro e che ci fa sentire vivi.

Nella creazione c’è un principio di rinnovamento continuo e se noi non riusciamo a riconoscerlo diventiamo ciechi difronte alla realtà per troppa consuetudine. Le cose non si ripetono uguali ma si ripetono rinnovandosi.

E allora D’Avenia ci invita proprio a sperimentare ogni giorno questo rinnovamento, a cercare la luce che esce da ogni cosa che osserviamo, da ogni persona che incontriamo, da ogni emozione che sperimentiamo, avendo cura di pronunciarne il nome perché

(…) la luce non è semplicemente quella che si riflette sulle cose, ma quella che ne esce quando le chiami per nome.

E allora, gioia e dolore, nascita e morte, mancanza e presenza sono dicotomie lessicali che diventano vivide compagne di viaggio quando abbiamo il coraggio di guardarle in faccia e pronunciarne il nome, con forza, per esprimere la nostra unicità, l’unicità di quello che viviamo e che rende la nostra vita così straordinaria.

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