libro immerso nel cielo per avvicinarci alle anime che sono lì
LE MIE LETTURE

Recensione di “Quel che affidiamo al vento” di Laura Imai Messina

 

All’inizio di quest’anno, pubblicato per PIEMME, Laura Imai Messina, con Quel che affidiamo al vento, ci accompagna in uno splendido viaggio in Giappone, in un posto avvolto da una coltre di magia; sul fianco scosceso della Montagna della Balena, Kujira-yama, al centro dell’immenso giardino di Bell Guardia, c’è un telefono, chiamato da tutti il Telefono del Vento, il cui filo non ha una connessione terrena ma sembra che la sua cornetta trasmetta le voci di chi vi si affida fin all’aldilà. È la meta di un pellegrinaggio silenzioso di tutte le persone che vogliono parlare con chi non fa più parte di questo nostro mondo. Qui, incontriamo, e si incontrano, i protagonisti di questo delicatissimo romanzo, Yui e Takeshi. Yui ha perso la figlioletta e la madre, vittime dello tsunami del 2011. Takeshi ha visto andar via la sua sposa, lasciandolo con una figlioletta che non parla più da quando la sua mamma è diventata un angelo. Dalla prima volta che si incontrano si instaura tra di loro un legame che li porterà a tornare sempre insieme in quel posto così particolare. In ognuno dei loro viaggi, il racconto si arricchisce di nuovi personaggi che contribuiranno, ognuno con il proprio cuore, a prenderci per mano in questa esplorazione all’interno della nostra anima. Sono personaggi che nascondono dentro un dolore, una ferita ma che non cadono della spettacolarizzazione dei sentimenti. Anche quelli che ci sembreranno più fragili nascondono dentro una forza che li aiuterà ad andare avanti, con un coraggio che neanche loro sapevano di avere.

È un racconto che parte dal lutto, ma non lo demonizza, non lo evita ma, al contrario, lo guarda in faccia; è l’unico modo per poterlo superare e darci la forza di reagire, di donarci la consapevolezza che amare è più importante che essere amati, per continuare a condividere un pezzo di cuore con chi ha fatto un pezzo di strada insieme a noi.

Per Yui, la scoperta di questo Telefono e la sua decisione di andare a vedere cosa fosse è un percorso che si sente di intraprendere ma che porta con sé una grande difficoltà: deve affrontare una volta per tutte le realtà, mettersi a nudo davanti al suo dolore, in una sorta di accettazione e “metabolizzazione” della mancanza.

Per la prima volta dal giorno dello tsunami, accettò di dubitare della fermezza che si era imposta, della decisione di tagliare in due il mondo, quello dei vivi da quello dei morti. A parlare con chi non c’è più, pensò, non si fa forse nulla di male. Bastava accettare che le mani non toccassero più nulla, che lo sforzo di memoria fosse tale da riempire le falle, che la gioia di amare si concentrasse non nel ricevere, ma solo nel dare.

Proprio nel momento in cui trova la forza di affrontare il suo dolore, capiamo che il romanzo è incentrato sulla rinascita, su come l’amore possa darci il motivo, l’unico, per tornare a riassaporare la vita. È una rinascita lenta, delicata, tormentata come può esserlo solo una rinascita dopo la sperimentazione della morte di persone care, degli amori più veri e, con loro, della parte più intima di noi stessi. In questa rinascita è insita la speranza che da una fine possa esserci un inizio, seppur segnato profondamente da cicatrici indelebili, sconosciuto e spaventoso, a volte, ma che ci insegna che non esiste un unico modo per stare al mondo.

“… sono proprio quelle crepe e quelle fragilità a decidere la storia di ognuno di noi, a far venire la voglia di andare avanti per vedere cosa potrebbe succedere poco più in là”.

Chi ha sperimentato il dolore della morte di una persona amata sa quanto possa essere duro rinascere, alzare la testa; a volte, possiamo riconoscere quelle persone perché hanno un sorriso diverso dagli altri, una voglia di condividere con gli altri l’allegria, che dimostra essere più intensa e più radicata perché hanno sperimentato il dolore, quello vero, quello che ti lascia senza respiro. Quel sorriso, però, è il segno della loro forza, non di quella ritrovata ma di quella che ha permesso loro di uscire dal buio, dal torpore del cuore per poter rinascere e godere di quell’amore sempre presente che continuano a donare perché custodi in abbondanza dello stesso amore che distribuiscono senza il timore che possa di nuovo svanire.

Con la sua scrittura delicata ma allo stesso tempo dotata di una così grande potenza tale di imprimersi nel cuore del lettore, Laura Imai Messina ci lascia questo inno all’amore; le sue parole sono poesia, le descrizioni dei paesaggi sono esse stesse poesia. Con lei entriamo in contatto con un mondo fragile ma pervaso di speranza e, se lo permettiamo, anche di gioia. Ognuno di noi può esserlo, in un modo solo nostro, unico.

Yui comprese che l’infelicità aveva sopra le ditate della gioia. Che dentro di noi teniamo premute le impronte delle persone che ci hanno insegnato ad amare, a essere ugualmente felici e infelici. Quelle pochissime persone che ci spiegano come distinguere i sentimenti, e come individuare le zone ibride che ci fanno anche soffrire, ma che ci rendono diversi. Speciali e diversi.

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