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Recensione “Nel Silenzio delle nostre Parole”

L’incendio della Grenfell Tower di Londra è l’evento da cui trae spunto Simona Sparaco che, a maggio 2019, per DeaPlaneta pubblica Nel Silenzio delle nostre parole.

La narrazione, divisa in tre parti principali, viene poi dedicata, capitolo dopo capitolo, a una delle quattro protagoniste principali. Ognuno porta, a turno, il loro nome e ci racconta pezzi di vita, ci mostra volti che questa vita l’hanno condivisa ma, soprattutto, ci fa sfiorare le ferite inferte, vissute.

                                                   Le cicatrici sono come storie da raccontare…                                                        

Scopriamo, lentamente ma in profondità, Naima, Polina, Hulya e Alice e, attraverso il loro intrecciarsi con altri personaggi, assistiamo a quelle che la stessa Sparaco chiama “scene madri”; sono fatti realmente accaduti, momenti salienti in cui la vita e la morte si sfiorano fino a confondersi, restituendo alla genitorialità un ruolo    centrale. Proprio della condizione di essere genitori, infatti, si parla in questo romanzo ma di una genitorialità spesso messa alla prova da fraintendimenti e da incomprensioni, da quelle emozioni taciute, da quella mancanza di coraggio che permette di esprimere nel modo giusto, chiaro e comprensibile agli altri ciò che si sta vivendo, le decisioni prese e quelle che verranno, anche quando tutto questo è estremamente doloroso. Alice, sulle pagine di un diario che dovrebbe raccontare in maniera dettagliata le sue giornate lontano dalla famiglia, raccontare a sua madre quel mondo che avrebbe desiderato tanto scoprire ma che la paura di volare glielo aveva reso alieno, scrive:

Quante parole ci diciamo che sono silenzio? Perché vorremmo dirne altre ma non abbiamo il coraggio di dargli voce… E qualche volta il silenzio delle nostre parole si fa così assordante che ho bisogno di una via di fuga. Da quando ho cominciato a scriverti, mi sembra di trovare un senso nelle cose che ho fatto e non ti ho detto. Forse mi sto ingannando, ma mi sembra di trovare anche te.

L’incendio cambierà la vita di ognuno degli attori presenti sulla scena. Questo evento dirompente rappresenta un canale di passaggio, oltrepassato il quale niente e nessuno sarà più come prima. E allora questo romanzo può essere considerato anche come un inno alla vita; in ognuno di noi deve esserci la forte volontà a non sprecare il tempo che abbiamo perché, in maniera inesorabile, ci sfugge dalle mani e non ci darà un’altra opportunità per pronunciare quelle parole che dal cuore di sono depositate sulle nostre labbra.

La scrittura della Sparaco è chiara, incisiva ma ciò che colpisce è che non scade nella tragicità scontata che un evento del genere avrebbe potuto portare con sé. Anche nei punti più dolorosi si avverte lucidità, potenza e, se vogliamo, anche speranza. Il dolore porta necessariamente con sé un vuoto, una sensazione di mancanza che può lasciare senza fiato se non si ha la forza di trovare in questo vuoto un qualche motivo per rinascere. Naima, indirizzandosi al figlio, lo spiega in maniera chiara:

Mi piacerebbe che anche tu fossi in grado di guardare ai vuoti della vita come a noi ha insegnato zia Amira. Non solo come a qualcosa che manca. Cerca piuttosto in quei vuoti la tua opportunità di esistere ancora, e in maniera diversa. Zia Amira mi ha insegnato che non c’è morte che non presupponga una rinascita. Imparare a decifrarla può dare un senso a tutto ciò che resta. Persino alla cenere.

Quello che resta è, nonostante tutto, e per fortuna aggiungerei, la nostra vita e noi abbiamo il dovere, se non l’obbligo, di darle un senso, di affrontare con coraggio le avversità, chiamandole con il proprio nome, avendo la forza di chiamarle con il proprio nome; solo così potremo avere piena consapevolezza della nostra storia e del nostro cammino futuro. Solo così avremo l’opportunità di rinascere.

Cosa può spingerci a superare questo muro, cosa può insegnarci a perseguire e a raggiungere la felicità? Esiste un’unica risposta: l’amore, quell’amore salvifico per noi stessi, per la vita stessa e per il cammino che, quotidianamente, siamo chiamati a compiere.

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