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LE MIE LETTURE

Recensione di “Una volta è abbastanza” di Giulia Ciarapica

“Una volta è abbastanza” è il romanzo di esordio di Giulia Ciarapica, uscito il 2 aprile ed edito Rizzoli. È il primo capitolo di una trilogia che sembra destinata a catturare il cuore di un gran numero di lettori.

L’Italia è finalmente fuori dalla guerra; ora è il tempo del riscatto. Per tutti. Lo sanno bene anche gli abitanti di Casette d’Ete, piccola cittadina marchigiana, dediti alla produzione di calzature. Sono ancora piccoli laboratori, spesso improvvisati in scantinati, ma tutti molto vivi e operosi; in paese non c’è nessuno che, in qualche modo, non sia impegnato nella lavorazione della pelle, per dar vita alle scarpe e riconquistare la propria attraverso il duro lavoro.

Questa consapevolezza è anche la consapevolezza di due sorelle, Annetta e Giuliana, l’una l’antitesi dell’altra. Annetta è la ribelle, la donna che lotta perennemente per affermare la sua indipendenza; Giuliana, al contrario, è timorosa, sembra titubante a lasciare la sua impronta nel mondo. La loro battaglia si fa più aspra quando Giuliana sposa Valentino, che era stato fidanzato di sua sorella. Lottano, si allontanano, non si parlano per tanto tempo ma il legame che le unisce è di quelli viscerali, testardo e ostinato proprio come loro, un legame da cui non si può prescindere e che, nonostante tutto, è e sarà indissolubile.

 

“Perché resta solo quel che conta, e conta soltanto ciò che resta. Al di là di tutto. Nonostante tutto”.

 

L’amore tra Valentino e Giuliana, anche se non mancano le difficoltà, è di quelli veri, di quelli con la A maiuscola. Sono l’uno il mondo dell’altra.

Valentino è il confine oltre il quale Giuliana non può andare, è il cancello di casa, le mura di difesa, è lo spazio in cui muoversi senza farsi del male. Salvandosi perfino da se stessa.

Lui è il suo punto fermo. L’arrivo, la meta.

Anche in un momento difficile, di scontro, c’è sempre la conferma dell’autenticità di quell’amore, testimonianza indissolubile di una scelta consapevole e desiderata ardentemente, anche quando i muri sembravano troppo alti per essere scavalcati. Valentino le rinnova con forza il suo amore.

“Forse non ti avrò insegnato poi molto, in questo breve tratto di vita passato insieme. Invece tu, una cosa me l’hai insegnata. Mi hai insegnato a fare a meno di tutti, tranne che di te”.

Mi sembra una delle più belle dichiarazioni d’amore mai lette, forte, intensa, essenziale e dolorosa ma, proprio per questo, stupenda.

Ognuno dei personaggi che incontriamo possiede questi tratti; tutti sono intensi, forti, conoscono il dolore e la fatica, quella vera. Per ognuno di loro la descrizione è accurata, palpabile. Leggendo il romanzo, si ha davvero l’impressione di essere lì, di passeggiare per le vie del paese, di soffermarsi davanti alla chiesa del SS Redentore e, magari, di tendere l’orecchio per ascoltare suoni e voci così familiari; le descrizioni sono coinvolgenti, come lo sono ognuna delle singole storie che siamo chiamati a vivere. Tanto è il coinvolgimento che in alcuni tratti si ride con i personaggi e, in altri, dove la tristezza prende il sopravvento, siamo portati quasi alle lacrime. Complice di questo forte impatto emotivo è l’uso sapiente del dialetto, potente e incisivo nella sua schiettezza. Veniamo catapultati nei dialoghi con forza, rendendoci, ancor di più, parte delle storie.

Mi piace definire questo romanzo “musicale”. Pagina dopo pagina c’è un rumore che esce fuori: si passa da quello ritmato del martello che batte per attaccare le suole, a quello dell’ago che penetra la pelle, come un alito di vento. Il suono, però, che più caratterizza questo lavoro è quello del battito del cuore, il battito di persone vere, umili e sincere nei loro limiti e nelle loro imperfezioni ma proprio per questo autentiche, riconoscibili e che non si può far a meno di amare. È un romanzo che parla d’amore, senza limiti né etichette; amore tra sorelle, amore tra due sposi, amore per la propria terra e per la propria famiglia ma, anche, amore per la scrittura, un amore che ritorna e che dona, a chi legge e a chi scrive, e che insegna a guardarsi dentro, ma anche fuori.

Chiudo con uno dei passaggi più belli ed esplicativi dell’Amore, quello vero.

Giuliana si volta verso il mare e osserva il marito. Com’è strano guardare dal di fuori una parte di te: la vedi lì, a pochi passi, sai che ti appartiene, che ce l’hai dentro, eppure contemporaneamente è fuori. Fuori da te ma non fuori di te. Quando qualcuno è fuori da te significa che nonostante la distanza necessaria ai corpi per muoversi e respirare in modo autonomo, quel qualcuno tornerà sempre nel suo rifugio, e quel rifugio sei tu. Ma quando qualcuno è fuori di te, allora no, vuol dire che non ne hai mai fatto parte: dopotutto si dice “è parte di me” quando vogliamo intendere che quella persona o quella cosa ci appartengono, perciò quando quella persona o quella cosa non ci appartengono dobbiamo dire che sono fuori di noi. Ciò che è fuori di noi lo resterà per sempre, Ma ciò che è fuori da noi non sarà mai veramente fuori finché, guardandolo con gli stessi occhi di sempre, non faticheremo a riconoscerlo. Valentino è fuori da le, e Giuliana lo riconosce ogni volta.

Sono sicura che questo Valentino sia stato davvero una persona speciale.

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