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LE MIE LETTURE

Recensione di “Eleanor Oliphant sta benissimo”

Eleanor Oliphant sta benissimo è il romanzo d’esordio della scozzese Gail Honeyman. Edito nel maggio 2018 da Garzanti, è stato osannato dalla critica e accolto con calore dai lettori.

Il motivo? Credo che sia facile rispondere a questa domanda perché il racconto della vita della protagonista è coinvolgente e disarmante, la sua semplicità lo è, come altrettanto disarmante è il modo in cui affronta il suo ruolo nel mondo, un ruolo che si è costruita essa stessa, nei minimi dettagli. Nel suo desiderio di “normalità”, c’è la voglia di passare inosservata, di proteggere il suo passato scomodo e doloroso dagli attacchi indiscriminati e non totalmente consapevoli delle persone.

Eleanor ha avuto un’infanzia difficile, ha sperimentato più volte l’affido; una costante della sua esistenza sembra essere l’abbandono che, lentamente, l’ha portata a sperimentare la solitudine. Per questo, nel tempo, si è costruita una solida armatura che non lascia trapelare niente di lei all’esterno che, però, a lungo andare, l’ha privata di qualsiasi tipo di rapporto, allontanandola dalla vita sociale. A lavoro non sanno nulla di lei, tranne il fatto di essere diversa; non ha amici e tutta la sua esistenza è ridotta a una sterile routine, dove l’unico “momento di debolezza” sembra essere la bottiglia di vodka che le fa compagnia durante il fine settimana. Se non fosse per la vistosa cicatrice che le rende il viso diverso dagli altri, passerebbe inosservata ai più. La cosa peggiore, nella vita di Eleanor, però, non è la cicatrice che ha sulla faccia ma quella che ha sul cuore.

Sul mio cuore ci sono cicatrici altrettanto spesse e deturpanti di quelle che ho in viso. So che ci sono. Spero che resti un po’ di tessuto integro, una chiazza attraverso la quale l’amore possa penetrare e defluire. Lo spero.

Per tutta la prima parte della narrazione viene svelato, tassello dopo tassello, il personaggio di Eleanor. Non è una conoscenza semplice; a volte, oserei dire, quasi fastidiosa, perché il lettore si trova a dover gestire una protagonista non facile, piena di ferite ma che sembra ostentare una sicurezza quasi eccessiva. Il suo equilibrio, che ha costruito negli anni con estrema fatica, la rendono lontana, distaccata dal presente e da qualsiasi possibile legame. Solo il collega Raymond sarà capace di fendere questa armatura, spingendola a parlare, a rompere la sua routine, a farle conoscere la stupenda bellezza dell’amicizia, del calore umano, disinteressato e gratuito. Piano piano, Eleanor comincia a percepire che, per troppo tempo, si era privata del “necessario”. La presa di coscienza, nel confronto con Maria Temple, è quasi dirompente.

“Gli essere umani hanno una serie di bisogni che devono essere soddisfatti per diventare individui felici e in salute. Hai descritto come i tuoi bisogni fisici fondamentali – il riscaldamento, il cibo, una casa, fossero soddisfatti. Ma i tuoi bisogni emotivi?”

Fui colta completamente alla sprovvista.

“Ma io non ho bisogni emotivi”, replicai.

Nessuna delle due parlò per un po’. Alla fine si schiarì la gola.

“Tutti li hanno, Eleanor. Tutti noi… e soprattutto i bambini piccoli… abbiamo bisogno di sapere di essere amati, apprezzati, accettati e compresi…”.

Non dissi nulla. Questo mi giungeva nuovo. Lasciai che sedimentasse dentro di me. Sembrava plausibile, ma era un concetto su cui avrei dovuto riflettere più a lungo nell’intimità di casa mia”.

Ecco il pezzo di tessuto integro tanto cercato.

Consapevolmente, ora, Eleanor sa di cosa ha avuto, e ha ancora, bisogno. Ha attraversato un percorso in cui, all’inizio, pensava che tutto andasse bene, anzi benissimo, ma era solo una grande, e inconsapevole, recita; ha attraversato il buio, quello doloroso e soffocante per giungere, non senza fatica, alla fine del tunnel, alla luce, pronta a respirare aria nuova e a vivere una vita che, adesso sì, ha un senso. E proprio grazie a questo sperimentare il buio che il lettore riesce ad amare totalmente Eleanor; prima l’aveva guardata recitare la sua parte, ne aveva ricevuto la stessa percezione, fastidiosa o indifferente, dei colleghi. Ora non è più distaccata ma parte integrante del mondo che aveva cercato, per anni, di allontanare da sé.

La penna è leggera; affronta argomenti tristi e difficili senza che il lettore provi disgusto perché lo fa con sapienza, attraverso la vita della protagonista, senza orrore manifesto ma mostrando, con lucida fermezza, come gli eventi che ci travolgono possano formare delle cicatrici capaci di pilotare la nostra esistenza, come sia più difficile lottare contro se stessi che non con un nemico esterno.

Le cicatrici ci ricorderanno il dolore vissuto ma c’è sempre una soluzione alla sofferenza. Toglierci di dosso la corazza e cercare, sempre, di “soddisfare” i nostri bisogni emotivi.

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