recensione le assaggiatrici
LE MIE LETTURE

Recensione “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino

 

La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.

                                                                                                                   

Si è mai capaci di adattarsi a qualcosa che non ci piace, che non condividiamo e che arriviamo, persino, a disgustare? È la domanda ricorrente di Rosa Sauer, protagonista del romanzo “Le assaggiatrici”, edito da Feltrinelli, con cui l’autrice, Rosella Postorino, si è aggiudicata la 56^ edizione del Premio Campiello.

Rosa, nell’autunno del 1943, viene scelta, insieme ad altre nove donne, per diventare l’assaggiatrice di Hitler. Deve mangiare i piatti che mangerà il Führer, sempre che questi non risultino avvelenati. Quotidianamente, quindi, corre il rischio di morire e lo fa in totale segretezza; nessuno deve sapere. Questa atroce quotidianità è condivisa con le altre compagne ma bisognerà aspettare del tempo per vedere in che modo questi legami si svilupperanno. Con alcune saranno più stretti che con altre; alcuni lasceranno cicatrici ma tutti avranno come comune denominatore la paura, che cambia spesso volto. Rosa ha imparato a riconoscerla bene.

La paura entra tre volte al giorno, sempre senza bussare, si siede accanto a me, e se mi alzo mi segue, ormai mi fa quasi compagnia.

Il terrore inizia ingoiando il primo boccone; si ripresenta ogni volta che un pasto viene servito. Rosa, però, comincia a conoscere anche un altro tipo di paura quando inizia una strana relazione con il tenente Ziegler. Teme di essere scoperta dai suoceri e dalle compagne. Teme che la macchia del peccato possa essere visibile agli occhi delle persone che la circondano. A rendere ancora più terribile questo stato d’animo ci si mette il senso di colpa nei confronti di un marito che è dato per disperso. Il periodo storico in cui vivono è difficile, tutto viene messo in discussione, anche la volontà di amare. Rosa si sente strana, prova difficoltà nell’affrontare questo scoglio.

Tornai a pensare che non avessimo il diritto, noi, di parlare d’amore. Abitavamo un’epoca amputata, che ribaltava ogni certezza, e disgregava famiglie, storpiava ogni istinto di sopravvivenza.

In lei, però, è forte il desiderio di tornare ad essere padrona della propria vita. È stanca delle privazioni come è stanca degli agi che derivano dalla sua condizione di assaggiatrice. Vuole di più e non ne fa mistero neanche con il tenente delle SS.

“Non ne posso più di sopravvivere, Albert, prima o poi voglio vivere”.

Come biasimarla. Una ragazza di Berlino, una “ragazza di mondo”, una segretaria che osa, che sposa il suo capo e, con lui, sogna una famiglia si trova catapultata in un meccanismo estraniante a servizio di un uomo, tra i più potenti d’Europa in quel momento, che non conosce e che la usa mettendola quotidianamente davanti allo spettro della morte, come in una roulette russa. Non si lascia travolgere, però; anche nei momenti di maggior sconforto, riesce ad attaccarsi alla vita con le unghie e con i denti perché il desiderio di vivere è troppo forte; anche una vita lacerata, una vita con delle tesserine mancanti, con dei desideri irrealizzati vale la pena di essere vissuta.

Avrei potuto alzarmi, urtare la merce imballata fino a trovare la porta, picchiare forte, con i pugni, picchiare e urlare, prima o poi mi avrebbero udita, mi avrebbero aperto, che cosa mi avrebbero fatto, non mi importava, volevo morire, erano mesi che volevo morire. Invece restai lì, lunga sul pavimento – era soggezione, paura, o solo istinto di sopravvivenza, non finiva mai.

Non ero mai stufa di vivere.

In questo romanzo caratterizzato da una trama scorrevole, da una scrittura coinvolgente e incisiva, colpisce la maestria di farci entrare nella mente di Rosa, di farci provare le sue stesse sensazioni, le sue stesse paure, le sue stesse passioni. Ci rende consapevoli come sia possibile mostrare con forza due facce della stessa medaglia; ci si può sentire davvero colpevoli ma il desiderio di vita, quella vera, sembra rappresentare una sorta di giustificazione al Male.

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