LE MIE LETTURE

Recensione di “Mia madre è un fiume” di Donatella Di Pietrantonio

Certi giorni la malattia si mangia anche i sentimenti. È un corpo apatico, emana l’assenza che lo svuota. Ha perso la capacità di provare. Allora non soffre, non vive.

                                                                            

Partiamo dall’inizio, dalle prime parole che Donatella Di Pietrantonio sceglie per il suo esordio come autrice, nel 2011, per “Mia madre è un fiume”, edito Elliot.

 

Sono parole forti, capaci di nascondere turbamenti dell’anima ancora più marcati e che, durante tutta la narrazione, si riescono ad assaporare in pieno.

È la storia, amara e romantica, come mi piace definirla, di un rapporto complesso e complicato madre-figlia, dalle tinte forti e dai sentimenti aspri.

 

La mamma della protagonista, Esperia Viola, detta Esperina, è una donna nata dalla terra, completamente immersa nelle regole di un’Italia contadina ferita dalla Grande Guerra, le cui regole sono ferree, difficili da sopportare ma che, mai, vengono sovvertite. Anche in occasione della gioia della maternità, questa gioia non è mai totalizzante perché la terra chiama e il suo richiamo è più forte del pianto dei figli.

 

Il nostro amore è andato storto, da subito. Era troppo educata al sacrificio per permettersi il piacere di stare con la sua creatura. Ogni tanto alzava gli occhi dalla terra che lavorava e guardava quel fagotto lasciato su una coperta all’ombra di un albero.

 

In questa situazione, la figlia brama, anela con tutta se stessa un amore che percepisce ma non riesce ad afferrare; non c’è mai tempo per fermarsi, non c’è mai tempo, almeno, di rallentare.

 

Ho cercato un nesso tra quell’amore molesto e la mezza madre che poi è stata. Le sono mancate per me attenzioni, tenerezze, contatto. Le sue mani erano d’ossa, mi arrivavano scarne e perpendicolari, i gesti dell’accudimento efficienti, con poche sbavature affettuose. Quasi come occuparsi degli agnelli.

 

E allora la bambina cresce e diventa donna con uno strappo nell’anima che brucia, che sembra impossibile da ricucire, anche quando, ormai, è costretta ad accudire questa madre corrosa e cancellata dall’Alzeheimer.

 

Tutta la vita l’ho cercata, accattona che non sono altro. Ancora la cerco. Non la trovo. La cerco. Madre dolorosa.

 

Tutta la narrazione si mischia tra la ricostruzione della figlia che cerca, quotidianamente, di raccontare alla madre la sua stessa vita, per tentare di non farle dimenticare quello che ha vissuto. In ogni parola pronunciata, c’è il dolore per una esistenza piena di sacrifici per entrambe, l’una dedita al lavoro, l’altra alla spasmodica conquista dell’amore materno, quello stesso amore che, ora, sembra ergersi a muro.

 

Soffro il contatto, avverto il disturbo. Vorrei chiudere gli occhi e aspettare che smetta, tremando un po’. Controlla la reazione. Cerco di sembrarle disponibile ma non mi credo, sono rigida. […]

Ancora mi cerca, solo a volte. Non mi trova. Mi cerca. Quanto a me, ho paura.

 

Quanto può essere forte la paura? Ma che tipo di paura è? Paura di continuare a cercare una madre che ormai la malattia ha cancellato e, nonostante tutto, è ancora desiderata. Alla base c’è il desiderio di non amarla, di mantenere il distacco, ma il fallimento è inevitabile.

 

Sono stanca di lei. Di portarne i segni nella vita. Non mi sono liberata. Lascio che mi occupi, ancora. Che m’infesti. Reagisco e perdo tempo. Continua a girare in tondo senza trovare la via d’uscita dalla sua orbita verso altri mondi. Vado invecchiando, in questa immaturità.

 

Questo atteggiamo è un peso o una condotta inevitabile per coloro che non sono stati inondati dall’amore materno? L’anelito verso il recupero di qualcosa di così importante che non è stato sperimentato credo sia ineluttabile. La sapiente penna della Di Pietrantonio è riuscita a scandagliare le profondità di questo abisso, a mettere in luce emozioni e sentimenti che si ha persino paura di vivere. Lo ha fatto con intensità, a volte con durezza, con un apparente distacco, usando la ricostruzione della vita della madre quasi fosse una giustificazione per il suo comportamento. Questa comprensione, questa presa di coscienza, seppur dolorosa, permette alla figlia di riscoprire sua madre, di ritrovarla e, finalmente, di capire la sua condotta. Si giunge ad un’accettazione? Forse sì, ma è piena di cicatrici, quelle cicatrici che ci permettono di non dimenticare il nostro vissuto, chi siamo e il dolore che abbiamo provato.

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