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LE MIE LETTURE

Recensione de “L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio

 

Sentirsi orfana con due madri. Come resistere e sopravvivere.

 

“Nel tempo ho perso quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre.

Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza.

È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro”.

 

Un pensiero difficile, un dolore troppo grande da sostenere per l’Arminuta, una ragazzina di tredici anni che, di punto in bianco, perde qualsiasi certezza l’avesse accompagnata fino a quel momento per ritrovarsi, straniera ed estranea, insieme alla sua vera famiglia. Il romanzo si apre proprio con l’arrivo dell’Arminuta, di cui non sapremo mai il vero nome, nella casa in cui vive la sua madre biologica che l’aveva abbandonata a pochi mesi dalla nascita. È pervasa da un tumulto di emozioni: ha lasciata la donna che considerava la sua mamma, la sua casa vicino al mare, le sue amicizie e le sue abitudini per cominciare una nuova vita piena di ostacoli, in un paesino tra le montagne abruzzesi, in una famiglia che non conosce. La cosa peggiore è che ignora completamente il perché. A farle compagnia c’è solo la paura.

“La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure”.

La prima persona con cui entra in contatto è sua sorella minore, Adriana, che si rivelerà centrale per la protagonista. Mano a mano che i giorni passano, conoscerà tutti gli altri membri della famiglia e le “asperità” di questa nuova vita. Imparerà cosa significa dover diventare grandi senza una figura adulta di riferimento.

In questo lavoro di Donatella Di Pietrantonio, edito nel 2017 da Einaudi e vincitore della 55^ edizione del Premio Campiello, il lettore viene catapultato in Abruzzo, nella parte dove il territorio si fa più aspro, impervio e difficile da vivere. Impariamo a scoprire e conoscere questa regione dalle parole sapientemente calibrate e portatrici di quel senso di tradizione che solo il dialetto riesce ancora a trasmettere. Le parole sembrano essere scolpite nella pietra, sulla dorsale del Grande Gigante che fa da sfondo alla vicenda. La scrittura mostra forza, una forza che trascina e travolge la protagonista nel turbinio di emozioni che è costretta a vivere.

La mancanza o, meglio, la privazione di una madre è, di certo, il tema principale del romanzo. Quel senso di non appartenenza che solo il non aver sperimentato, o aver perso, il vero amore materno può suscitare, quello stesso senso di non appartenenza che spinge l’autrice a non attribuire un nome alla protagonista, come se la sua vita fosse lontana, aliena dal suo essere più vero e profondo.

A partire dall’incipit si ha la sensazione di leggere una storia in affanno, come se il respiro venisse trattenuto per paura, in special modo verso ciò che potrebbe essere scoperto. Si prosegue come se ci fosse una colpa inespressa che la protagonista non riesce proprio a rintracciare nella sua vita fino a quel momento.

L’unica ancora di un’apparente salvezza è la piccola Adriana, sorella minore della protagonista ma con una conoscenza più profonda della vita, frutto di un’esistenza difficile, di una lotta quotidiana per la “sopravvivenza”, di quell’esperienza che riesce a modificare, se non addirittura cancellare, i tratti della fanciullezza. Sarà lei che saprà donare alla sorella ritrovata forza e consapevolezza, quella forza necessaria per superare la presa di coscienza di un evento traumatico, del Suo evento traumatico. A volte, questa sorellina può essere destabilizzante, persino imbarazzante, ma il suo potere salvifico sarà ampiamente riconosciuto e valorizzato dalla protagonista.

“Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo.

Nella complicità ci siamo salvate”.

Quella complicità iniziata con l’offerta di un piede come cuscino è andata avanti con due cuori sempre più vicini, due sorelle mano nella mano tra gli ostacoli della vita, ognuna custode e combattente delle paure dell’altra. Si sono trovate in un reciproco scambio di paure e coraggio, consce, finalmente del loro essere sorelle.

“Ci siamo fermate una di fronte all’altra, così sole e vicine […].

Mia sorella.

Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia”.

Non so se l’amore tra sorelle possa mai essere un surrogato, un sostituto dell’amore materno ma, di certo, sapere di avere un porto sicuro in cui tornare può lenire, se non guarire del tutto, le ferite dell’anima. È quello che succede all’Arminuta. Il vero motivo, con molta probabilità, risiede nel fatto che l’amore, quello vero, dona sicurezza, permette a due anime di trovarsi, di unirsi indissolubilmente e di proseguire il cammino nella stessa direzione, senza più quel senso di solitudine ad accompagnare il cammino… l’essere sorelle, insomma.

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